Incisioni millimetriche, drastica diminuzione del dolore e rapido decorso postoperatorio, con una ripresa immediata. Sono davvero tanti i vantaggi dell'approccio mininvasivo alla chirurgia del piede, che negli ultimi anni ha conosciuto un notevole incremento sia dal punto di vista numerico sia dei risultati.
Una tecnica che si applica prevalentemente alla correzione di deformazioni e/o malformazioni della parte anteriore (dita di griff, alluce valgo, dita o alluci rigidi) ma che sta trovando sempre più spazio anche per le problematiche di quella posteriore, come illustra il dottor Giovanni Spadoni, ortopedico presso Primus Forlì Medical Center, parte di 黑料网amp; Research, che la utilizza da tempo con ampio successo, effettuando un centinaio di interventi l'anno.
"La chirurgia del piede consiste nel trattamento chirurgico di patologie che vanno dalla caviglia alle dita - spiega il professionista - si pratica da tanti anni e ha conosciuto evoluzioni notevoli, in particolare per quanto riguarda l'invasività dei sistemi utilizzati: da interventi aggressivi, aperti, con incisioni importanti, si è cercato di ridurre sempre di più il trauma e l'area di accesso così da arrivare a una chirurgia il più possibile mininvasiva, con risultati pari se non migliori rispetto a quella tradizionale".
Non tutti, però, in Italia condividono questo approccio. "Mariano de Prado, in Spagna, e Stephan Isham, negli Stati Uniti, lo adottavano già vent'anni fa, e nel corso del tempo sempre più specialisti a livello internazionale hanno scelto di seguirlo. Anche io ho fatto mia questa filosofia mininvasiva, che ritengo presenti numerosi vantaggi, tanto che oggi sono spesso gli stessi pazienti a richiederla".
Tecniche percutanee
Va tuttavia specificato che la chirurgia mininvasiva riguarda soprattutto la parte anteriore del piede, ovvero dita, alluce e metatarsi, piuttosto che la posteriore (calcagno, astragalo, caviglia) dove per motivi anatomici ricorrere a incisioni molto piccole è decisamente più complicato. "La prima comunque è assai più diffusa, quindi, la possibilità di intervenire per via percutanea riveste un ruolo particolarmente importante.
Personalmente, oggi, tutte le correzioni a dita, alluci, metatarsi le effettuo quasi esclusivamente in scopia, con accessi di 2-3 millimetri e l'ausilio di frese, bisturi particolari, spatole".
Qualora fosse necessario, c'è anche la possibilità di stabilizzare le osteotomie attraverso viti ad hoc inserite tramite fori di 2-3 millimetri. Lo strumentario chirurgico, quindi, è minimo e molto semplice, costituito com'è da set preconfezionati e monouso che ricordano un po' quelli degli studi dentistici.
"In questo modo, non c'è bisogno di applicare il laccio emostatico, ci sono molti meno problemi a livello di ematomi e cicatrici, nonché una considerevole riduzione del dolore postoperatorio che, a detta di molti pazienti, è abbastanza impattante, inoltre, si può caricare sul piede sin da subito". Quella percutanea, perciò, è una chirurgia a basso costo e impatto.
"Se c'è una compliance corretta fra chirurgo, anestesista e struttura, i pazienti sono tutti operabili in day hospital e dimissibili il giorno stesso. Di norma, parliamo di una chirurgia elettiva e programmata, e molto veloce: correggere un alluce valgo per via percutanea richiede una decina di minuti, per curare una metatarsalgia basta un quarto d'ora. Non essendoci bisogno né di gessi né di medicare le ferite, anche il decorso risulta estremamente agevole, con vantaggi per tutti. L'unica avvertenza è utilizzare una scarpetta da ginnastica ad hoc".
Un altro vantaggio di questo tipo di chirurgia è la ridotta necessità di assistenza radiografica.
"L'esposizione radiologica è davvero bassissima, un po' perché ci sono strumenti dedicati un po' perché non è necessaria. A un bravo chirurgo, con una certa esperienza, sono sufficienti le proprie mani e le proprie sensazioni, al massimo può essere d'aiuto una radiografia in carico, tutti gli altri sono esami inutili, che aumentano solo la spesa generale o quella individuale. Purtroppo, invece, oggi, si tende ad abusare di risonanze magnetiche, tac e quant'altro: molte persone vengono da me avendo già eseguito tutta una serie di indagini quando, invece, dovrebbe essere lo specialista, eventualmente, a richiederle".
Quando serve ancora l'approccio open
La chirurgia percutanea, tuttavia, non è applicabile al cento per cento dei casi. "Ce ne sono alcuni particolari, in realtà non molto frequenti, dove è più indicato praticare interventi open. Come ogni chirurgo, d'altra parte, anche quello del piede deve poter ricorrere a tutte le armi disponibili, l'importante è essere sempre chiari con il paziente, senza dargli false aspettative e spiegandogli bene perché, in determinate situazioni la chirurgia aperta può dare risultati migliori e più duraturi di quella mininvasiva".
Anche gli interventi open, tuttavia, hanno visto nel tempo un sensibile progresso, a livello di prospettive e recupero funzionale. "Oggi la chirurgia percutanea sta allargando i propri confini alle patologie del retro piede, quali osteotomie del calcagno, piedi cavi, piedi piatti, calcagni, artrosi. In letteratura ci sono indicazioni in questo senso e, malgrado molti restino affezionati a tecniche open, con incisioni importanti e utilizzo del laccio, io cerco di operare per via percutanea anche il retro piede: sono convinto che questo sarà il futuro".
Rispetto all'avampiede, tuttavia, il periodo di immobilizzazione postoperatoria scarico rimane decisamente più lungo, in quanto non si può prescindere dall'utilizzo del gesso, 30-40 giorni di scarico e un tutore. "Intervenendo su ossa importanti come astragalo e calcagno, le correzioni apportate devono avere il tempo di consolidarsi prima che il paziente possa rimettersi in piedi e tornare a camminare, altrimenti si rischia di inficiare il risultato dell'operazione".
Discorso analogo vale per la protesi alla caviglia, intervento sempre più frequente. "Anche qui, si beneficia dei miglioramenti tecnologici e dei progressi delle tecniche chirurgiche con la possibilità di effettuare incisioni più piccole e tempi d'intervento molto più brevi, modellati ad personam, ovvero studiati ad hoc in base alle caratteristiche del singolo individuo, previa l'esecuzione di alcune indagini, come un particolare tipo di tac".
D’altra parte, il piede rappresenta, e va di conseguenza inquadrato, come un'unità anatomica funzionale a sé stante e completa. "Una quota importante di malformazioni e deformità dell'avampiede come dita di griff, alluce valgo , dita o alluci rigidi, metatarsalgia possono discendere da precedenti traumi o fratture, oppure da pregresse patologie del retro piede non trattate a dovere, tipo un piede piatto o cavo trascurato, fratture o artrosi consolidatesi in piattismo, insomma, da tutta una serie di problematiche che si estrinsecano in maniera clinica e più evidente sulla parte anteriore ma derivano da quella posteriore".